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Si può morire per amore: il cuore non regge e cede

Che non si muore per amore è una gran bella verità. Le parole di Lucio Battisti forse ce le possiamo dimenticare o continuare ad ascoltarle illudendoci che abbia ragione.

Già, perché studi inglesi ad hoc dimostrano il contrario: il dolore di un amore che finisce può essere letale.

La ricerca ha preso in considerazione le condizioni di salute di 110mila inglesi tra i 60 e gli 89 anni, che sono stati seguiti per sette anni. In questo lungo periodo di osservazione circa un terzo delle persone del campione (se non è morto) è rimasto vedovo. E qualcuno di questi vedovi non ha retto al dolore, morendo nel giro di un mese dal decesso del proprio coniuge.

Secondo i medici per i superstiti il rischio di morte era addirittura raddoppiato rispetto a quello di chi, al contrario, aveva avuto la possibilità di continuare a vivere in coppia. Dunque, il crepacuore esiste.

Per la British Hearth Foundation, si tratta di una sindrome precisa chiamata cardiomiopatia da stress e corrisponde a una condizione in cui all’improvviso e senza motivi oggettivi apparenti il cuore si indebolisce. Più precisamente a diventare meno efficiente è il ventricolo sinistro. Tutto ciò dimostra che chi ha subito un lutto non va solo assistito dal punto di vista psicologico, ma anche tenuto sotto controllo il suo cuore.



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