Dalle aule di tribunale arriva una storia curiosa. È quella tra un medico della capitale e un’attrice americana di teatro. I due si incontrano, si piacciono ed è amore. Ma tra loro c’è un ostacolo: le convinzioni della donna. Lei chiede all’amante di avere solo rapporti “alternativi” – usando il lato b, per intenderci – perché dice di volersi mantenere “intatta” per l’uomo che un giorno sposerà. E le cose vanno così. Solo che, a 9 anni di distanza dal loro primo rapporto, la Corte di appello dovrà giudicare se durante uno degli atti sessuali, nonostante la richiesta della donna di smettere subito a causa del dolore, il medico ha tramesso l’epatite C alla sua convivente.
L’aspirante attrice lo ha denunciato non per violenza sessuale, ma per l’infezione contratta durante un dei rapporti che le causarono un’ulcera anale e una perdita di sangue. Di lì l’infezione.
L’amore tra i due si spegne nel maggio del 2006, quando lei presenta una denuncia dopo aver saputo di aver contratto l’epatite C. La procura riceve una dettagliata descrizione di quanto accaduto la notte del 18 marzo 2006: durante un rapporto definito “violento” la donna tenta di farlo smettere ma l’uomo non vuole sentire ragioni. Secondo l’accusa, nei giorni successivi, la donna avrebbe accusato sintomi mai rilevati prima che non le consentivano di lavorare. Quindi i controlli sanitari presso la Asl di zona e la scoperta dell’infezione.
E arriva la decisione del tribunale di primo grado. L’uomo è stato condannato a tre anni e quattro mesi ma attende il verdetto di appello. Dal racconto non fu violenza sessuale ma un rapporto sessuale “non tradizionale” e consensuale la cui conseguenza presunta fu l’epatite C.
Le cose che le donne fanno con gli amanti (e negano a mariti e compagni)