A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la criminologa Roberta Bruzzone torna ad analizzare in profondità il caso che sconvolse Garlasco e l’Italia intera. In un’intervista rilasciata a Il Messaggero, Bruzzone, volto noto della trasmissione Ore 14 su Rai 2, ha ricostruito il complesso intreccio di elementi che portarono alla condanna definitiva di Alberto Stasi, respingendo le ipotesi di complotti e rilanciando un messaggio chiaro: “Non fu una macchinazione, ma una sequenza di errori e sviste”. Secondo Bruzzone, l’elemento chiave che ha inciso sulla condanna è stato il risultato della perizia sulla camminata disposta nel secondo grado d’appello, che smentì scientificamente quanto emerso nelle fasi precedenti.
“Si è dimostrato che, se Stasi fosse davvero entrato in casa Poggi, non avrebbe potuto evitare di sporcare le scarpe di sangue. Eppure le sue calzature, così come i tappetini della sua auto, risultarono completamente puliti”. Un’anomalia inspiegabile, aggravata da un altro dato inquietante: la scena del crimine era già stata compromessa. “Almeno 25 persone entrarono nella villetta prima della sua cristallizzazione – ha ricordato la criminologa – e questo ha reso ogni ricostruzione successiva più difficile e fragile”. Tuttavia, sottolinea, questo non è stato determinante ai fini della condanna: “Stasi è stato condannato non per ciò che è stato trovato, ma per ciò che avrebbe dovuto esserci e non c’era”.

Delitto di Garlasco, le prove inquinate e altro: parla Roberta Bruzzone
Sull’idea che Stasi possa essere stato incastrato da un complotto giudiziario o investigativo, Bruzzone è netta: “Non credo a nessuna macchinazione. Semmai è stato fortunato: il caso è avvenuto in piena estate, quando il personale disponibile era probabilmente sottodimensionato o non sufficientemente preparato per gestire una scena così delicata”. I primi due gradi di giudizio, lo ricordiamo, si erano conclusi con l’assoluzione. Solo dopo la riapertura del processo e nuove perizie, la Cassazione confermò la condanna a 16 anni.
Negli ultimi tempi, il nome di Andrea Sempio, amico di Chiara Poggi, è tornato al centro dell’attenzione. Alcuni elementi genetici sotto le unghie della vittima sarebbero compatibili con il suo Dna. Ma Bruzzone frena ogni entusiasmo su una possibile svolta: “Glielo do per certo – sostiene con sicurezza Roberta Bruzzone a Il Messaggero -. Il materiale genetico di Andrea Sempio è sicuramente compatibile con la Y trovata nel materiale sotto le unghie di Chiara Poggi. Sempio frequentava quella casa, e il trasferimento potrebbe essere avvenuto in modo indiretto, magari attraverso un asciugamano o un oggetto comune”.
Per la criminologa, l’ipotesi di una contaminazione secondaria è altamente probabile: “Chiara potrebbe aver toccato un oggetto con tracce residue di Sempio anche giorni prima. E questo basta a spiegare la presenza di quel Dna”.

Bruzzone esclude che Stasi possa aver coperto qualcuno: “Non ne avrebbe avuto motivo, né vantaggi. L’unica alternativa sarebbe che qualcuno gli avesse confessato l’omicidio e lui avesse inscenato tutto, ma è uno scenario davvero poco credibile”. Quanto al movente, resta un grande punto interrogativo. “Verosimilmente è accaduto qualcosa tra la sera precedente e la mattina del delitto. Il fatto che Stasi decida improvvisamente di non dormire con Chiara, come faceva abitualmente, è un dettaglio che lascia spazio a molte interpretazioni. È possibile che ci sia stata una discussione o una frattura che si sia trasformata in tragedia”.


Sulle possibilità di riaprire il caso, la criminologa resta prudente: “La procura sta lavorando per riesaminare ogni singolo reperto disponibile. Ma se tutto si basa solo sul Dna di Sempio sotto le unghie, non ci sarà nessuna svolta. Servono nuove prove concrete per rimettere in discussione una sentenza passata in giudicato”. E sulle ipotesi innocentiste che continuano a circolare su Alberto Stasi, Bruzzone conclude così: “È legittimo fare nuove indagini, ma oggi, con ciò che sappiamo, la condanna resta solida. Parlare di errore giudiziario è prematuro, se non fuorviante”.
Il caso Garlasco continua a suscitare domande, dubbi e ipotesi. Ma secondo Roberta Bruzzone, la verità giudiziaria ha basi più solide di quanto alcuni vogliano far credere. E per ora, resta lì, immobile, come una porta chiusa su un enigma che ha già fatto il giro di tutti i tribunali d’Italia.