Sylvie Lubamba, un dettaglio su Patrizia Reggiani in carcere. Due mesi trascorsi nella stessa cella, dal novembre 2009 al gennaio 2010. La 49enne svela un dettaglio per i lettori della rivista settimanale Chi sull’ormai ex Lady Gucci, finita in carcere per aver commissionato l’omicidio del marito Maurizio Gucci il 27 marzo 1995. Nello specifico il presidente del marchio di moda, venne ucciso a Corso Venezia da un sicario.
Una vittima e ben cinque arresti quelli di Benedetto Ceraulo, Orazio Cicala, Ivano Savioni, Giuseppina Auriemma, e poi lei, l’ex moglie, Patrizia Reggiani, insospettabile agli occhi delle figlie, che al Corriere della sera aveva raccontato il primo incontro avvenuto con il presidente del celere marchio di moda: “Quei suoi occhi sembravano quelli di un pesce lesso, e comunque ero la regina di Milano, insomma, bisognava andarci piano con me”. (Continua a leggere dopo la foto).
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E aveva aggiunto: “Siamo stati una bella coppia. Fin quando si sono messi in mezzo dei suoi amici. Hanno fatto gruppo contro di me e lì è iniziata la rovina. Una costante opera di isolamento”. Poi quasi vent’anni di carcere a San Vittore per essere stata la mandante dell’omicidio dell’ex marito. Ma per due mesi l’ex Lady Gucci ha condiviso la cella con Lubanda che di recente ha svelato un dettaglio su quella ‘convivenza’ forzata. (Continua a leggere dopo la foto).
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“Mi ha impressionato quanto lei fosse a suo agio in carcere, quasi serena… Ripeteva spesso: ‘Non ho bisogno di nessuno’. In effetti, rinunciava persino all’ora d’aria: o restava in cella o andava in biblioteca. Non veniva nemmeno a messa la domenica perché lo riteneva ipocrita. Tutte noi ci sfogavamo col cappellano, lei no”. Poi la confidenza che si lascia ‘scappare’ dalla bocca. (Continua a leggere dopo le foto).
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“In prigione c’è l’obbligo di far la doccia ogni giorno ma lei si è sempre rifiutata e le guardie ormai non insistevano più. Si lavava a pezzi nel lavandino che usavamo per cucinare e il mercoledì, quando usciva in permesso, faceva la doccia a casa e andava dal parrucchiere. Per lei condividere la doccia era impensabile ma era sempre in ordine e profumata. La cella era piccola, brutta e vecchia, col bagno alla turca, eppure quando piangevo lei mi guardava perplessa: ‘Perché piangi? Per me qui è come stare in albergo’”.
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